Marzo 2021

Alpi Liguri e Finalese

 

FINALE A SORPRESA

Arrampicare sulle falesie, camminare nella macchia mediterranea, pedalare sugli altopiani: vacanze attive nella capitale italiana dell’outdoor. Alta via dei monti Liguri: natura-spettacolo tra il Melogno e il monte Galero. Chiese, castelli, grotte, musei: un viaggio affascinante dalla preistoria al medioevo



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Editoriale


Le gemme dorate dell’infanzia
Maggio 1968. È rivoluzione. Non solo tra i boulevard di Parigi, anche in un angolo remoto dell’entroterra ligure, frequentato giusto da capre e cacciatori. A sud il mare di Finale, le pizzerie, gli ombrelloni; a nord le Prealpi Liguri che si spengono in Appennino. In mezzo, quella che oggi chiamiamo wilderness e che a quel tempo è terra incognita coperta di inestricabile macchia mediterranea, dalla quale emergono, qua e là, pure gemme di pietra verticale. A fare la rivoluzione sono alcuni studenti di Genova, che provengono dalle scuole di alpinismo. Hanno sentito parlare di quelle pareti, “che sembra quasi di averci le Dolomiti in casa”. Si fanno strada a colpi di machete, poi di chiodi e cunei di legno. In cima a Rocca di Corno, con le mani che ancora bruciano per quella splendida roccia fatta di gocce calcaree e conchiglie fossili, esclamano: “Ma qui c’è da arrampicare per una vita!”. Una vita è passata, più di mezzo secolo. Qualcuno dei primi esploratori non c’è più, tanti altri sono arrivati. Su ogni falesia hanno aperto itinerari (la guida Finale 51 di Andrea Gallo ne enumera oltre 4000), hanno pulito sentieri, piantato (troppi?) spit. Il Finalese si è riempito di nuovi avventurieri d’ogni età: molti arrampicano, altri camminano, altri ancora vanno in mountain bike. A me, quando sono (spesso) a Finale, piace anche solo contemplare la luce del tramonto su Rocca di Corno. Le rocce allora si accendono d’oro, e il mio bicchiere di nostralino ha il profumo aspro di un’infanzia.


Paolo Paci

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